…«L’immagine riproduceva, a un terzo delle dimensioni naturali, una completa figura femminile nell’atto di camminare: una donna ancor giovane, ma non più bambina […] Una figura slanciata e snella, la cui capigliatura lievemente ondulata era quasi completamente stretta da una sciarpa leggera. Non vi era alcuna civetteria nell’espressione del volto sottile […] Il piede sinistro era avanti, e il destro sul punto di seguirlo toccava appena con le punte delle dita il terreno, mentre la pianta e il calcagno si alzavano quasi verticalmente. Questo librarsi in volo, congiunto alla sicurezza dell’incedere, conferiva all’immagine la sua grazia specifica».
Con questa scena si apre “Gradiva. Una fantasia pompeiana”, novella dello scrittore tedesco Wilhelm Jensen pubblicata nel 1903, che interessò così tanto Freud da scrivere su di essa un saggio, in cui sogni di sapore archeologico e ricerca psicoanalitica si legano e si spiegano vicendevolmente.
Nell’opera di Jensen, che secondo il padre della psicanalisi rappresenta l’esposizione poetica di un vero e proprio caso clinico, si ritrovano alcuni dei concetti fondamentali della sua teoria come quello di rimozione, delirio, inconscio, descritti in un linguaggio semplice e di piacevole lettura.
La novella narra la storia di un giovane archeologo tedesco, Norbert Hanold, che visitando un museo a Roma scopre un bassorilievo che lo colpisce a tal punto da spingerlo a procurarsi un calco in gesso dell’opera. Il protagonista sviluppa una vera e propria ossessione per tale immagine, alla quale dà il nome di “Gradiva” (l’avanzante), ed inizia a fare alcune fantasie sulla sua origine, fino a convincersi che la fanciulla sia una giovane ellenica vissuta nell’antica Pompei. Sulla scia di tale convinzione, l’archeologo fa un sogno d’angoscia in cui si ritrova proprio in tale città al momento dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ed incontra improvvisamente la Gradiva, assistendo impotente alla sua morte.
In realtà è una sua coetanea, la sua più tenera compagna di giochi dell’infanzia, Zoe Bertgang, che nel tempo aveva completamente “dimenticato”, tanto da non averla più degnata di uno sguardo, nemmeno quando la incontrava casualmente; nella ragazza, invece, con il passare degli anni, il tenero affetto per l’amico si era trasformato in amore.
Sarà proprio l’amore che spingerà la ragazza ad entrare nel delirio del protagonista, assecondando le sue fantasie e fornendogli, con molta delicatezza, alcune informazioni che a poco a poco sgretoleranno la compattezza della sua costruzione delirante, riportandolo alla realtà, attraverso un processo che Freud definisce un vero e proprio “trattamento psichico”.
Grazie agli interventi dell’amica, compiuti sempre con estrema delicatezza e rispetto, Norbert ricorda il profondo affetto per la vecchia compagna d’infanzia, ricorda che a lei apparteneva il particolare modo di camminare che tanto l’aveva colpito nel bassorilievo, comprende il motivo per cui aveva intrapreso il viaggio in Italia. Improvvisamente, attraverso un profondo insight, tutto diviene incredibilmente chiaro e comprensibile, persino il nome attribuito dal protagonista alla fanciulla del bassorilievo, che altro non è se non la traduzione in latino del cognome dell’amica (Bertgang), che in tedesco significa “colei che risplende nel camminare”.
Freud riscrive l’intera novella di Jensen alla luce dei concetti fondamentali della psicanalisi e la arricchisce con particolari della vita psichica dei personaggi, che acquistano in tal modo profonda ricchezza interiore. Definisce con il termine “rimozione” il fatto che il protagonista avesse “dimenticato” la profonda amicizia infantile: quanto è stato rimosso non scompare, ma resta capace di agire e di produrre effetti, trasformandosi in derivati del ricordo dimenticato.
Così l’archeologo non ricorda affatto, osservando la Gradiva, di aver già veduto quel particolare modo di camminare nella sua vecchia amica d’infanzia, ma è proprio da tale ricordo che deriva, senza che ne sia consapevole, la folle attrazione per tale immagine — ciò che Freud chiama, per l’appunto, l’inconscio.
L’intera novella entusiasma Freud proprio perché in essa ritrova, espressi in linguaggio poetico, i concetti fondamentali della sua teoria: la vita affettiva del protagonista è descritta in corrispondenza con gli schemi interpretativi della psicanalisi, il comportamento di Zoe è del tutto sovrapponibile all’attività di un bravo analista, i sogni del protagonista si prestano in modo particolare ad essere decifrati alla luce della sua teoria, e la novella, infine, ruota attorno a Pompei, città che, sepolta dalla cenere e riemersa grazie agli scavi, risulta essere una metafora perfetta del processo della rimozione e della successiva riscoperta dei materiali inconsci grazie alla psicoanalisi.
Continuamente nella mia pratica clinica mi ritrovo a ripensare a Gradiva, metafora della cura psicanalitica, e cerco di accompagnare i pazienti nel loro viaggio di conoscenza di Sé, proprio come lei ha fatto con il giovane archeologo, con quel particolare passo agile, leggero e stabile allo stesso tempo, raffigurato nel bassorilievo.
Lettura consigliata: Freud, S. (1906) Gradiva. Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen. Biblioteca Bollati Boringhieri.